PD CHIETI

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venerdì 14 febbraio 2014

Antonio Ciancio: la scommessa di Renzi…

Di positivo c’è sicuramente il fatto che finalmente Renzi ha detto con chiarezza cosa vuole: l’aver parlato chiaro ha sgombrato il campo dal chiacchiericcio senza costrutto che in queste settimane ha tenuto banco sui media e ammorbato il clima politico nazionale, e fatto pulizia (anche se gli strascichi si faranno sentire a lungo nella vita interna del partito) di quel tanto di tartufesco e insieme di brigantesco che ha caratterizzato il modo in cui Renzi e soprattutto i suoi hanno gestito i rapporti del PD con il governo e con lo stesso Letta e che ha rischiato fino all’ultimo di provocare rotture traumatiche – sia nei gruppi dirigenti che tra iscritti ed elettori – se non fosse stato per il senso delle istituzioni e di quel bene comune che si chiama partito dimostrato da Letta, con l’annuncio delle sue dimissioni subito dopo l’approvazione a larghissima maggioranza da parte della Direzione del PD del documento che dà il benservito al governo in carica e propone la formazione di un nuovo governo, questa volta di legislatura, guidato da Renzi.

Quanto alla scelta di carattere strategico compiuta ieri dal PD, è evidente checosa fatta capo ha: come si diceva a Firenze ai tempi di Dante, anche se Dante ricorda che quelle parole e il modo di pensare che vi stava dietro furono “mal seme per la gente tosca”.

Personalmente, continuo a pensare che sarebbe stato meglio – sia per Renzi che per il PD – mantenere Letta alla guida del governo, sia pure con gente nuova e contenuti più corrispondenti alle necessità del Paese, ma ormai la scelta è fatta e con essa bisogna confrontarsi e farlo in positivo: non si può fare altrimenti!

Il mio augurio è comunque che la scommessa di Renzi consegua gli obiettivi che si propone, perché – se la ciambella non dovesse riuscire col buco – a pagare non sarebbe solo Renzi: in definitiva, a rischiare l’osso del collo sarebbe innanzitutto il PD e forse anche l’Italia. E, da questo punto di vista, penso che abbia fatto bene la minoranza del PD a votare il documento: non solo perché essa diversamente si sarebbe ridotta solo a svolgere un ruolo di testimonianza (non avendo neppure il diritto a dire la sua sui contenuti programmatici del nuovo governo), ma per una scelta del genere e in una situazione come quella attuale del Paese c’è bisogno di tutti i democratici, nessuno escluso, o il rischio di una rovina comune si fa molto più alto.

Ma che cos’è che non funziona nella scelta di Renzi?

Innanzitutto, il modo come essa è avvenuta. E qui è proprio il caso di scomodare Dante: …e il modo ancor m’offende”! O, se volete, ricordarsi di quel consiglio di Orazio: est modus in rebus...

Ma, nel nostro caso, non solo non c’è stata misura, ma il modo è stato tale da risultare semplicemente offensivo nei confronti di Letta, un uomo del PD capace e apprezzato anche fuori d’Italia; e questo alla gran parte degli italiani, e in primo luogo agli elettori del PD, non è proprio piaciuto. C’è dunque, in primo luogo, una ferita da sanare e mi auguro che Renzi sia capace di farlo …

In secondo luogo, è bene che tutti sappiamo che il prossimo governo non sarà un governo di centrosinistra. Non solo perché Alfano ha già messo i suoi paletti; e Alfano – piaccia o non piaccia – è un pezzo essenziale della partita che si giocherà di qui in avanti. E non ci si illuda che qualche arrivo da SEL o dal M5S (ammesso che ci sia) possa cambiare la natura della maggioranza, anzi bisogna stare attenti a che qualche arrivo sollecitato (per esempio, da SEL) non complichi per il futuro i rapporti del PD con quella parte della sinistra radicale che comunque è disposta a confrontarsi con i democratici. Dico queste cose perché, almeno a sentire certi renziani, sembra che ora con Renzi il PD abbia tutte le carte nelle sue mani, sia a livello nazionale che a livello europeo. Ma non è così: una parte del mazzo è in mano – com’è ovvio – alle altre componenti della maggioranza e di altre carte dispone l’Europa. E quindi…

C’è poi da non dimenticare il fatto che la messa in ordine dei conti del bel Paese non va affatto in soffitta.

Letta, a questo proposito, stava facendo un buon lavoro a livello internazionale ed europeo; e sicuramente avrebbe ottenuto dei risultati che però – anche se arriveranno ugualmente – non saranno ritenuti sufficienti da chi pensa (come la Confindustria e i sindacati) che le risorse da mettere in campo debbono essere ben più cospicue di quel che oggi possono consentire le casse dello Stato.

Nel dibattito in Direzione è stato giustamente sottolineato che il cambiamento di fase che il PD intende imprimere con il nuovo governo alle politiche socio-economiche si esprima innanzitutto e soprattutto nella capacità di portare la politica a riappropriarsi fino in fondo delle scelte necessarie a tirarci fuori della crisi, mandando definitivamente in archivio – non solo formalmente ma anche nel modo di pensare e di agire – il governo dei tecnici (di cui anche il governo Letta sarebbe stato espressione) e il mantra dell’austerità. Ma è chiaro che questo obiettivo – davvero decisivo – non potrà realizzarsi né annullando vincoli che anche l’Italia ha sottoscritto a livello europeo né facendo finta che non c’è più bisogno di tenere sotto controllo i conti. E non saranno sufficienti (anche se contano molto) né il coraggio di Renzi né la sua capacità di affrontare i problemi con spirito innovativo e il massimo dell’energia necessaria: essenziale è la capacità del PD di costruire le alleanze necessarie a livello europeo (benissimo, da questo punto di vista, l’ingresso nel PSE che diventerà fra qualche settimana il Partito europeo dei socialisti e dei democratici); e inoltre saper far valere le nostre esigenze nei confronti di tutti i partner europei, cosa però possibile se continuiamo a mettere nello stesso tempo ordine in casa nostra. Ma, data la grandezza e la complessità dei problem non è detto però che tutto questo sarà sufficiente.

E poi è fondamentale, prima ancora di mettersi in marcia, intendersi nel PD – oltre che con gli altri contraenti del patto di coalizione – su come si configurrerà concretamente la nuova fase strategica che il PD intende avviare.

Allo stato, tutto è ancora da scrivere: i contenuti e i protagonisti della nuova fase, in primo luogo. E non sarà certo di poca importanza – come opportunamente sottolineava ieri Fassinain Direzione – il grado di discontinuità che connoterà la nuova formazionedi governo rispetto a vecchie ricette all’origine della crisi e delle profonde diseguaglianze che oggi strangolano i ceti più esposti. Su due terreni soprattutto: quello della crescita e quello della lotta alle disuguaglianze, con una politica quindi di effettiva redistribuzione delle ricchezze che si concentrano sempre più nelle mani di pochi. E anche qui non è che tutto sia scontato: ha fatto bene perciò qui Cuperlo a porre il problema di una nuova riunione della Direzione per entrare nel merito e decidere assieme delle cose da fare.

Siamo, dunque, di fronte a un passaggio difficile e molto problematico.

E’ stato detto in Direzione che il Paese è di fronte a un bivio perché tante cose – dal giorno dell’insediamento del governo Letta a oggi – sono cambiate. E non solo perché è cambiata la maggioranza di governo e si è ridisegnata – per vicende che hanno interessato in particolare la maggioranza – la stessa geografia parlamentare, ma perché soprattutto è cambiata e si è fatta più acuta la percezione che degli effetti della crisi e dell’efficacia delle misure adottate hanno oggi strati fondamentali della società italiana (imprenditori e sindacati, innanzitutto) ed è cambiata, di conseguenza, anche la pressione che sale dal Paese nei confronti della politica, aprendo nuovi spazi alle spinte populistiche e antidemocratiche già presenti nel Paese e su cui tentano di costruire le proprie fortune sia Grillo che Berlusconi.

Tutto questo è vero. Ma, ecco la domanda: la cura radicale che Renzi pensa di mettere in atto per portare definitivamente il Paese fuori della crisi e agganciare la crescita saprà ottenere il consenso degli italiani e soprattutto riuscirà a conseguire i suoi obiettivi?

E’ chiaro che oggi nessuno può dirlo: saranno i fatti che ce lo diranno. E non saranno le spiegazioni (che pure sono indispensabili, dopo i balletti folli delle scorse settimane) che i democratici italiani daranno sui media per conquistarci il consenso necessario: ci vorranno i fatti.

Solo sulla base di quanto potranno in prima persona sperimentare gli italiani sull’efficacia della nuova cura che si vince o si perde la sfida.

Ma qui – come dovrebbe essere chiaro a tutti, ma forse non è – torniamo al rapporto che, secondo Machiavelli ne Il Principe, intercorre tra la fortuna e lavirtù ordinata: speriamo che Renzi questa volta sappia costruirlo nel modo giusto e davvero: perché, senza una grande consonanza di intenti all’interno del PD, è difficile che si possa andare lontani…

Antonio Ciancio

http://antoniociancio.wordpress.com/2014/02/14/la-scommessa-di-renzi/#more-1460

martedì 11 febbraio 2014

Antonio Ciancio: A proposito di..

1 – Questa volta ha proprio ragione Cacciari: Renzi e soprattutto i renziani mettano in modo chiaro e definitivo la parola fine alla telenovela della staffetta; e, anziché presentare – come faceva ai tempi di Lascia o raddoppia Mike Bongiorno – le tre buste a Letta perché scelga, da segretario del PD Renzi si assuma fino in fondo le sue responsabilità e dica se vuole dare una mano a Letta per impostare la ripartenza del governo, di cui il Paese ha un bisogno estremo, oppure se intende mettere in piedi un suo governo o addirittura andare a stretto giro a elezioni anticipate.

Finora Renzi non ha parlato chiaro, mandando alla grande opinione pubblica nazionale messaggi tra loro contraddittori e che di fatto si elidono l’un l’altro e muovendosi in modo tale da rinviare alle calende greche (addirittura al 20 febbraio) una discussione sulla questione-governo alla Direzione del PD, quando invece una tale discussione bisognava farla a tamburo battente, nel momento cioè in cui lo stesso Letta sottolineò (siamo ai primi di gennaio) la necessità di imprimere una svolta decisa all’attività di governo e avviò anche un primo giro di ricognizione tra i partiti della maggioranza.

Oggi, per il punto a cui è giunto il balletto staffetta sì-staffetta no-elezioni anticipate e per il livello raggiunto dalla confusione tra la grande opinione pubblica, la situazione rischia di aggrovigliarsi ancora di più e farsi assai pericolosa. E’ ora quindi di dire senza riserve e in modo che tutti capiscano da che parte e attraverso quali percorsi si vuole andare da parte del PD. Sperando però che alcune cose siano chiare a tutti: la staffetta può tornare utile solo a coloro (e sono tanti: da Grillo a Berlusconi alla Lega…) che puntano a bruciare – in un colpo solo – sia Letta che Renzi; e, quanto alle elezioni anticipate, esse sarebbero un rimedio ancora peggiore perché il loro esito riproporrebbe né più né meno che i rapporti di forza attuali tra le maggiori forze del Paese (e questo lo dovrebbero sapere bene anche i dirigenti di Confindustria e degli stessi sindacati).

L’unica strada, questa è la mia opinione, è quella del rilancio di un nuovo governo Letta, con contenuti condivisi che davvero intercettino e diano risposte ai problemi urgenti che sono sotto i nostri occhi e percorsi istituzionali adeguati per dargli forza e autorevolezza.

E’ evidente che tutto questo non sta in piedi se il PD non dice con nettezza quale è la scelta che intende fare e non la fa al più presto.

Continuare ancora a navigare – come sta avvenendo in queste settimane – nella nebbia delle ambiguità può solo alimentare il malessere del Paese e fare da sponda agli sfasciacarrozze.

A conclusione della sua intervista di ieri a Repubblica, Cacciari invita Renzi a leggere le cose che scrive Machiavelli a proposito di fortuna e virtù bene ordinata. Un richiamo sacrosanto, ma – perché ne sia più chiaro il senso – voglio riportare qui la parte più significativa del capitolo XXV de Il Principe che ci dice qualcosa di fondamentale anche a proposito dello sbriciolamento che il territorio nazionale sta subendo in queste settimane a causa del maltempo: Perché el nostro libero arbitrio – egli scrive – non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell’altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l’impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla“.

Insomma, anche se la fortuna “è amica dei giovani”, non basta essere giovani per governarla a proprio vantaggio…

2 – E’ proprio un segnale ai naviganti l’esito del referendum svizzero sull’immigrazione, che non a caso è stato salutato come un grande successo dalla destra xenofoba europea.

Siamo alla vigilia delle elezioni europee e, se l’Europa non vuole disperdere al vento della paura e dei populismi più ciechi che oggi tengono la scena in tanti paesi del continente i frutti dell’integrazione finora raggiunti grazie alla nascita dell’Europa unita e mantenere aperta la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa, è ora che essa si dia una mossa e torni ad essere fattore di crescita, benessere e giustizia sociale per i popoli del continente e punto importante di riferimento per il resto del mondo, mandando finalmente al macero la politica di una austerità divenuta ormai – come ha giustamente sottolineato Napolitano nel suo bellissimo discorso al Parlamento europeo – solo ideologia. E l’Italia dia a questo fine il suo miglior contributo: nessuno più di noi ha interesse a che si affermi una nuova politica a livello europeo, non solo per se stessa, perchè senza nuove scelte dell’Unione la crisi italiana non si supera, ma anche per l’Europa stessa e il mondo perché un’Europa frammentata, dominata dalle paure e chiusa verso l’esterno come un fortino non solo sarebbe fonte di nuove diseguaglianze e povertà, ma rappresenterebbe un pericolo anche per la pace con il risorgere di nuovi e aggressivi nazionalismi.

Il PD, nelle prossime settimane si prepara a ospitare il congresso del PSE e a entrare finalmente nello stesso PSE: è il miglior contributo che i democratici italiani possono dare alla causa del rafforzamento e dell’allargamento delle forze che lottano per una nuova Europa.

3 – Sempre a proposito di Europa: il recente Congresso di SEL, in vista delle prossime elezioni europee, ha scelto di sostenere Tsipras – anziché Schultz – come candidato alla presidenza della Commissione UE, però Vendola dichiara nello stesso tempo che vuole aderire anche lui al PSE.

In sostanza, Vendola alle elezioni andrà in compagnia di Ferrero, Ingroia, ecc. (quelli, per intenderci, della lista Rivoluzione Civile, che alle ultime elezioni politiche hanno dato una bella mano a Grillo e a Berlusconi contro il PD), ma per accasarsi poi nel Parlamento europeo sceglie una casa che sia in grado di offrirgli qualcosa. Ma possibile che SEL e Vendola non riescano ancora a uscire dall’adolescenza e a diventare adulti? Eterni Peter Pan!!!

4 – Grillo e Berlusconi ancora uniti contro Napolitano: questa volta a unirli è il “complotto” che sarebbe stato ordito dal Capo dello Stato contro il Cavaliere, quando tutti sanno che – per il precipitare progressivo dei conti dell’Italia e gli scandali scoppiati a ripetizione nella corte dei miracoli berlusconiana – il governo del centrodestra era già in via di disfacimento e a breve sarebbe stato commissariato dalla UE, costringendo Berlusconi alle dimissioni.

Ma perché Berlusconi ce l’ha con Napolitano lo sanno tutti: il Cavaliere si aspettava la grazia, ma il Presidente della Repubblica gli ha detto no. Per Grillo, invece, la ragione è tutta politica: egli vuole colpire quello che è l’icona della democrazia rappresentativa e l’uomo delle istituzioni più apprezzato dagli italiani perché questo renderebbe più facile l’affossamento di coloro che egli chiama gli “zombi”.

Grillo – non avendo finora mosso un dito per far pendere la bilancia della politica italiana verso il cambiamento e rendendosi conto che proprio per questa ragione non ha molto da vantare presso gli italiani in occasione delle europee – cerca di supplire a questa assenza di risultati cercando da un lato di trascinare nel fango le istituzioni più rappresentative del Paese e dall’altro di creare il caos (come i grillini hanno fatto qualche settimana fa, bloccando il Parlamento) per tentare in questo modo di convogliare sulle sue liste alle europee la rabbia e la protesta dei più colpiti dalla crisi e nello stesso tempo di affossare la nuova legge elettorale e la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione.

Ma, anche se i metodi e i percorsi sono diversi, alla fine quello che conta è che Grillo e Berlusconi marciano mano nella mano contro l’Europa e contro la democrazia italiana…

http://antoniociancio.wordpress.com/2014/02/11/a-proposito-di/#more-1456

giovedì 23 gennaio 2014

Et in cauda venenum… di ANTONIO CIANCIO

Ho seguito anch’io in diretta i lavori della Direzione del PD dell’altro ieri. E debbo dire che – nonostante le diversità d’impostazione e soprattutto d’umore di una parte degli intervenuti, a causa dell’incontro di Renzi con Berlusconi – il dibattito tuttavia procedeva tranquillo, costruttivo e anche con un apprezzamento da parte di Cuperlo e altri non renziani per l’iniziativa sulle riforme portata avanti con determinazione e tempestività da parte del segretario del PD. La mossa di Renzi, infatti, con la trasformazione dell’hispanicum nell’italicum, aveva sortito l’effetto positivo di far convergere sulla sua proposta anche chi nella maggioramza (come il Ncd) che, non gradendo la proposta originaria, pensava di tenersi fuori dall’accordo; e, più in generale, aveva rimesso in movimento una situazione politica che sembrava essere ormai sull’orlo di un pericoloso avvitamento su se stessa – anche per le bordate continue che arrivavano dal sindaco di Firenze e dai suoi luogotenenti verso Letta e il governo –, con il rischio quindi o d’un galleggiamento senza prospettive o addirittura della fine del governo, con l’apertura di una crisi al buio e l’addensarsi di nuovo sull’Italia delle nuvole nere dello spread, la sfiducia dei mercati, ecc. Ma ecco – proprio alle battute finali del dibattito – la scelta di Renzi di attaccare frontalmente e personalmente Cuperlo sulla questione (non proprio di lana caprina) della necessità di restituire ai cittadini con la nuova legge elettorale il diritto di scegliere anche i parlamentari, oltre al partito, negato in questi anni dalporcellum. E purtroppo, ad ascoltarle, le parole di Renzi non apparivano affatto come uno scivolone che può capitare a tutti o – come qualcuno ha detto dopo il fattaccio – una semplice caduta di stile: le parole erano state pensate e lo scopo era appunto quello di umiliare Cuperlo e le forze che egli ha rappresentato nel corso delle primarie.


E’ chiaro che nessuno può togliere a Renzi – e non sarebbe neppure giusto – il merito della sua iniziativa sia per quanto riguarda la legge elettorale che il pacchetto di riforme costituzionali ad essa collegato e che attengono a questioni fondamentali per il funzionamento del sistema politico e per dare più efficienza e rapidità all’azione di governo.

Naturalmente, si tratta di vedere nelle prossime settimane se – al di là degli impegni formali assunti dalle forze che si sono dette favorevoli in linea di massima – queste proposte (assieme al Piano per il lavoro) riusciranno davvero a trasformarsi in leggi dello Stato: le esperienze in materia, sia recenti che lontane, non incoraggiano all’ottimismo, ma è evidente che Renzi con la sua iniziativa un risultato l’ha comunque ottenuto, quello appunto di rimettere al centro dell’agenda politica nazionale la necessità di procedere rapidamente a quelle riforme costituzionali e a misure capaci di affrontare seriamente il problema cruciale del lavoro che sole possono evitare un nuovo deragliamento del Paese.

Io non so quanti ancora ricordino l’insistenza di Bersani, alla vigilia delle elezioni del febbraio 2013, sulla esigenza e l’urgenza di far leva contemporaneamente – per la ricostruzione dell’Italia dalle macerie berlusconiane – sulle due questioni che già allora apparivano centrali per far uscire il Paese dalla crisi: la questione sociale e la questione democratica.

Bersani coglieva i punti veri della svolta di cui l’Italia aveva bisogno; ma sappiamo tutti come come sono andate le cose e che tutto, purtroppo, è rimasto appeso per aria. Perciò è stato giusto oggi ripartire da quelle due questioni ed è giusto oggi compiere ogni sforzo per cercare di portare a casa risultati concreti. Anche perché i rischi per l’Italia si sono fatti, nel frattempo, più gravi: intanto perché la crisi si è fatta ancora più drammatica e colpisce fasce sempre più larghe di popolazione e poi perché la democrazia italiana “periclita” (per dirla con Machiavelli) sempre di più per la presenza di forze che – più di ieri – possono metterla a repentaglio (si rifletta a come è cresciuto il numero di quelli che ritengono che si può vivere anche eliminando i partiti e a quanto in basso è arrivata la fiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei politici); e l’unico modo per bloccare e neutralizzare i guastatori di turno – da Berlusconi a Grillo – è ancora oggi la capacità del PD di stringere i tempi sia sulle riforme costituzionali che sulla crescita attraverso quel patto che Letta intende firmare con le varie componenti della maggioranza di governo.

Ma, se la situazione è questa e c’è bisogno quindi di uno sforzo straordinario e convergente tra tutte le anime del Pd per far andare avanti il processo riformatore e ridare slancio all’attività di governo, perché allora Renzi si è lasciato andare a una polemica non solo inopportuna e divisiva, ma anche francamente pretestuosa su un tema – quello della possibilità per gli elettori di scegliere i candidati da mandare in Parlamento – molto sentito dall’opinione pubblica e largamente utilizzato in questi anni per alimentare l’antipolitica? E inoltre, diciamolo chiaramente, che senso ha l’osservazione di Renzi sui danni prodotti dalle preferenze in termini di corruzione e sul fatto che la sinistra non ha mai detto di volerle reintrodurre? Tutti invece sappiamo che il PD non ne ha mai parlato perché puntava ai collegi uninominali, dove le preferenze non servono; e poi, se si adotta un altro modello elettorale, è normale che si ragioni in maniera diversa sul modo di ridare il diritto di scelta agli elettori, sapendo tra l’altro che, nel modello indicato da Renzi, siamo di fronte a piccole circoscrizioni (le province, essenzialmente) che consentono quindi ai candidati di contattare agevolmente gli elettori, senza dover disporre di cifre pazzesche. Quanto poi alla corruzione, pur essendoci le liste bloccate, essa ha toccato in questi anni punte mai conosciute. E le ragioni di fondo di questo stato di cose non stanno certamente nelle preferenze: esse vanno cercate innanzitutto e soprattutto nel deterioramento della vita pubblica, provocato dal berlusconismo; e nella cultura che da decenni ormai domina l’intera società italiana (e non solo una parte del ceto politico) e che indica nella capacità di accumulare denaro comunque e a qualunque costo il non plus ultra del successo.

Ma Renzi dice anche che quello è l’accordo raggiunto; e quindi di esso non si può toccare nessun tassello (a partire dalla questione delle preferenze, che proprio Berlusconi non vuole), altrimenti salta tutto.

Capisco la sua preoccupazione, ma allora perché si accusa Letta di non avere a suo tempo rinviato al mittente la richiesta di Berlusconi di abolire l’IMU, scongiurando così l’effetto perverso che la sua abolizione ha poi prodotto (quello cioè di aggravare il peso fiscale sugli italiani)? Anche allora si disse che poteva saltare tutto. E però è evidente che, se è stato un errore ieri il non aver combattuto una misura che già si sapeva si sarebbe rivelata sbagliata, non si può oggi commettere un analogo errore su un tema così sensibile tra la grande opinione pubblica, fornendo contemporaneamente anche nuovi argomenti all’antipolitica.

Ma, al di là di questi aspetti, rimane aperta la domanda: perché Renzi ha scelto la strada dell’attacco personale a Cuperlo e quindi la strada della rottura con lui e con quello che egli rappresenta?

Di norma, soprattutto in presenza di una situazione così complicata e pericolosa come quella italiana, il segretario del partito punta a unire le forze e non a dividerle; e invece si sta rischiando che accada proprio il contrario.

Secondo alcuni renziani, nessuno dei quali ha finora osato dire a Renzi che gesti come quello contro Cuperlo (che fa seguito a quello del “Fassina chi?”) non aiutano certamente l’unità del PD, in verità la responsabilità della rottura risale a Cuperlo che andava solo alla ricerca di pretesti per dimettersi (come Fassina che, almeno finora, non è però diventato capo di nessuna corrente come pure l’accusavano i renziani) e quindi avere le mani libere per creare problemi e intralciare il lavoro del segretario: siamo insomma al rovesciamento della realtà e a una accusa che non ha né fondamento né senso, come spiega bene lo stesso Cuperlo nella lettera di dimissioni da Presidente dell’Assemblea nazionale inviata al segretario.

Chi ragiona così e avanza accuse simili in realtà parte dal presupposto che Cuperlo – nella sua qualità di Presidente dell’Assemblea – non avesse il diritto di partecipare in maniera libera al dibattito interno al partito e che si dovesse in sostanza limitare a fare la bella statuina, cosa ovviamente inaccettabile.

Un tale modo di ragionare ha anche un altro risvolto: e cioè che c’è oggi nel PD chi pensa che o la minoranza si adatta a fare soltanto da spalla a Renzi o, diversamente, è bene che venga emarginata.

Io ricordo come, nei mesi scorsi, certi personaggi hanno spiegato le ragioni del loro appoggio a Renzi alle primarie e anche come hanno accolto il risultato dell’8 dicembre: finalmente si archivia il PCI!

Come è noto, il PCI è stato sciolto dai suoi stessi dirigenti e militanti partendo dalla consapevolezza, imposta dai cambiamenti radicali intervenuti a livello mondiale a cavallo tra la fine del ’900 e gli inizi del nuovo secolo, e dalla necessità quindi di trovare altre strade per far vivere la sinistra e i suoi valori; ma lo scioglimento del PCI non ha mai significato e non significa affatto che la tradizione politica e culturale incarnata dai comunisti nel secolo scorso non continui a vivere – oltre che nella storia – anche nella carne viva della società italiana e che quella tradizione può ancora oggi dare un contributo essenziale al futuro dell’Italia e del PD.

Ci pensino bene perciò tutti coloro che, anche all’interno del partito, si lasciano tentare dall’idea di poter emarginare e sterilizzare questa tradizione: chi ci perderebbe sarebbe innanzitutto il PD. E lo stesso Renzi ne riceverebbe un danno.

Come giustamente scrive Cuperlo a Renzi nella sua lettera di dimissioni, non possono “funzionare un organismo dirigente e una comunità politica – e un partito è in primo luogo una comunità politica – dove le riunioni si convocano, si svolgono, ma dove lo spazio e l’espressione delle differenze finiscono in una irritazione della maggioranza e, con qualche frequenza, in una conseguente delegittimazione dell’interlocutore. Non credo sia un metodo giusto, saggio, adeguato alle ambizioni di un partito come il Pd e alle speranze che questa nuova stagione, e il tuo personale successo, hanno attivato”.

A meno che anche Renzi non voglia alimentare certi retropensieri e derive plebiscitarie i cui danni abbiamo già avuto modo di sperimentare!

Il PD può funzionare se è una casa in cui tutti – a prescindere dalle posizioni che ciascuno sostiene – si sente a proprio agio; e se tutti – maggioranza e minoranza – si fanno carico fino in fondo della necessaria responsabilità nei confronti del PD e del Paese.

Sandra Zampa, nel suo intervento in Direzione, ha invitato tutti a togliersi le magliette. Un giusto invito, ma, perché le cose vadano in questa direzione, le magliette devono togliersele davvero tutti.