PD CHIETI

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venerdì 14 febbraio 2014

Antonio Ciancio: la scommessa di Renzi…

Di positivo c’è sicuramente il fatto che finalmente Renzi ha detto con chiarezza cosa vuole: l’aver parlato chiaro ha sgombrato il campo dal chiacchiericcio senza costrutto che in queste settimane ha tenuto banco sui media e ammorbato il clima politico nazionale, e fatto pulizia (anche se gli strascichi si faranno sentire a lungo nella vita interna del partito) di quel tanto di tartufesco e insieme di brigantesco che ha caratterizzato il modo in cui Renzi e soprattutto i suoi hanno gestito i rapporti del PD con il governo e con lo stesso Letta e che ha rischiato fino all’ultimo di provocare rotture traumatiche – sia nei gruppi dirigenti che tra iscritti ed elettori – se non fosse stato per il senso delle istituzioni e di quel bene comune che si chiama partito dimostrato da Letta, con l’annuncio delle sue dimissioni subito dopo l’approvazione a larghissima maggioranza da parte della Direzione del PD del documento che dà il benservito al governo in carica e propone la formazione di un nuovo governo, questa volta di legislatura, guidato da Renzi.

Quanto alla scelta di carattere strategico compiuta ieri dal PD, è evidente checosa fatta capo ha: come si diceva a Firenze ai tempi di Dante, anche se Dante ricorda che quelle parole e il modo di pensare che vi stava dietro furono “mal seme per la gente tosca”.

Personalmente, continuo a pensare che sarebbe stato meglio – sia per Renzi che per il PD – mantenere Letta alla guida del governo, sia pure con gente nuova e contenuti più corrispondenti alle necessità del Paese, ma ormai la scelta è fatta e con essa bisogna confrontarsi e farlo in positivo: non si può fare altrimenti!

Il mio augurio è comunque che la scommessa di Renzi consegua gli obiettivi che si propone, perché – se la ciambella non dovesse riuscire col buco – a pagare non sarebbe solo Renzi: in definitiva, a rischiare l’osso del collo sarebbe innanzitutto il PD e forse anche l’Italia. E, da questo punto di vista, penso che abbia fatto bene la minoranza del PD a votare il documento: non solo perché essa diversamente si sarebbe ridotta solo a svolgere un ruolo di testimonianza (non avendo neppure il diritto a dire la sua sui contenuti programmatici del nuovo governo), ma per una scelta del genere e in una situazione come quella attuale del Paese c’è bisogno di tutti i democratici, nessuno escluso, o il rischio di una rovina comune si fa molto più alto.

Ma che cos’è che non funziona nella scelta di Renzi?

Innanzitutto, il modo come essa è avvenuta. E qui è proprio il caso di scomodare Dante: …e il modo ancor m’offende”! O, se volete, ricordarsi di quel consiglio di Orazio: est modus in rebus...

Ma, nel nostro caso, non solo non c’è stata misura, ma il modo è stato tale da risultare semplicemente offensivo nei confronti di Letta, un uomo del PD capace e apprezzato anche fuori d’Italia; e questo alla gran parte degli italiani, e in primo luogo agli elettori del PD, non è proprio piaciuto. C’è dunque, in primo luogo, una ferita da sanare e mi auguro che Renzi sia capace di farlo …

In secondo luogo, è bene che tutti sappiamo che il prossimo governo non sarà un governo di centrosinistra. Non solo perché Alfano ha già messo i suoi paletti; e Alfano – piaccia o non piaccia – è un pezzo essenziale della partita che si giocherà di qui in avanti. E non ci si illuda che qualche arrivo da SEL o dal M5S (ammesso che ci sia) possa cambiare la natura della maggioranza, anzi bisogna stare attenti a che qualche arrivo sollecitato (per esempio, da SEL) non complichi per il futuro i rapporti del PD con quella parte della sinistra radicale che comunque è disposta a confrontarsi con i democratici. Dico queste cose perché, almeno a sentire certi renziani, sembra che ora con Renzi il PD abbia tutte le carte nelle sue mani, sia a livello nazionale che a livello europeo. Ma non è così: una parte del mazzo è in mano – com’è ovvio – alle altre componenti della maggioranza e di altre carte dispone l’Europa. E quindi…

C’è poi da non dimenticare il fatto che la messa in ordine dei conti del bel Paese non va affatto in soffitta.

Letta, a questo proposito, stava facendo un buon lavoro a livello internazionale ed europeo; e sicuramente avrebbe ottenuto dei risultati che però – anche se arriveranno ugualmente – non saranno ritenuti sufficienti da chi pensa (come la Confindustria e i sindacati) che le risorse da mettere in campo debbono essere ben più cospicue di quel che oggi possono consentire le casse dello Stato.

Nel dibattito in Direzione è stato giustamente sottolineato che il cambiamento di fase che il PD intende imprimere con il nuovo governo alle politiche socio-economiche si esprima innanzitutto e soprattutto nella capacità di portare la politica a riappropriarsi fino in fondo delle scelte necessarie a tirarci fuori della crisi, mandando definitivamente in archivio – non solo formalmente ma anche nel modo di pensare e di agire – il governo dei tecnici (di cui anche il governo Letta sarebbe stato espressione) e il mantra dell’austerità. Ma è chiaro che questo obiettivo – davvero decisivo – non potrà realizzarsi né annullando vincoli che anche l’Italia ha sottoscritto a livello europeo né facendo finta che non c’è più bisogno di tenere sotto controllo i conti. E non saranno sufficienti (anche se contano molto) né il coraggio di Renzi né la sua capacità di affrontare i problemi con spirito innovativo e il massimo dell’energia necessaria: essenziale è la capacità del PD di costruire le alleanze necessarie a livello europeo (benissimo, da questo punto di vista, l’ingresso nel PSE che diventerà fra qualche settimana il Partito europeo dei socialisti e dei democratici); e inoltre saper far valere le nostre esigenze nei confronti di tutti i partner europei, cosa però possibile se continuiamo a mettere nello stesso tempo ordine in casa nostra. Ma, data la grandezza e la complessità dei problem non è detto però che tutto questo sarà sufficiente.

E poi è fondamentale, prima ancora di mettersi in marcia, intendersi nel PD – oltre che con gli altri contraenti del patto di coalizione – su come si configurrerà concretamente la nuova fase strategica che il PD intende avviare.

Allo stato, tutto è ancora da scrivere: i contenuti e i protagonisti della nuova fase, in primo luogo. E non sarà certo di poca importanza – come opportunamente sottolineava ieri Fassinain Direzione – il grado di discontinuità che connoterà la nuova formazionedi governo rispetto a vecchie ricette all’origine della crisi e delle profonde diseguaglianze che oggi strangolano i ceti più esposti. Su due terreni soprattutto: quello della crescita e quello della lotta alle disuguaglianze, con una politica quindi di effettiva redistribuzione delle ricchezze che si concentrano sempre più nelle mani di pochi. E anche qui non è che tutto sia scontato: ha fatto bene perciò qui Cuperlo a porre il problema di una nuova riunione della Direzione per entrare nel merito e decidere assieme delle cose da fare.

Siamo, dunque, di fronte a un passaggio difficile e molto problematico.

E’ stato detto in Direzione che il Paese è di fronte a un bivio perché tante cose – dal giorno dell’insediamento del governo Letta a oggi – sono cambiate. E non solo perché è cambiata la maggioranza di governo e si è ridisegnata – per vicende che hanno interessato in particolare la maggioranza – la stessa geografia parlamentare, ma perché soprattutto è cambiata e si è fatta più acuta la percezione che degli effetti della crisi e dell’efficacia delle misure adottate hanno oggi strati fondamentali della società italiana (imprenditori e sindacati, innanzitutto) ed è cambiata, di conseguenza, anche la pressione che sale dal Paese nei confronti della politica, aprendo nuovi spazi alle spinte populistiche e antidemocratiche già presenti nel Paese e su cui tentano di costruire le proprie fortune sia Grillo che Berlusconi.

Tutto questo è vero. Ma, ecco la domanda: la cura radicale che Renzi pensa di mettere in atto per portare definitivamente il Paese fuori della crisi e agganciare la crescita saprà ottenere il consenso degli italiani e soprattutto riuscirà a conseguire i suoi obiettivi?

E’ chiaro che oggi nessuno può dirlo: saranno i fatti che ce lo diranno. E non saranno le spiegazioni (che pure sono indispensabili, dopo i balletti folli delle scorse settimane) che i democratici italiani daranno sui media per conquistarci il consenso necessario: ci vorranno i fatti.

Solo sulla base di quanto potranno in prima persona sperimentare gli italiani sull’efficacia della nuova cura che si vince o si perde la sfida.

Ma qui – come dovrebbe essere chiaro a tutti, ma forse non è – torniamo al rapporto che, secondo Machiavelli ne Il Principe, intercorre tra la fortuna e lavirtù ordinata: speriamo che Renzi questa volta sappia costruirlo nel modo giusto e davvero: perché, senza una grande consonanza di intenti all’interno del PD, è difficile che si possa andare lontani…

Antonio Ciancio

http://antoniociancio.wordpress.com/2014/02/14/la-scommessa-di-renzi/#more-1460

martedì 21 gennaio 2014

Un secondo autogol.

Gianni Cuperlo si è dimesso, oggi, da Presidente del Pd. La decisione, sicuramente meditata e sofferta, è stata presa all'indomani della riunione della direzione nazionale del partito che, con 111 voti a favore e 34 astenuti, ha accolto le proposte avanzate dal neo segretario Matteo Renzi che, nella replica conclusiva, aveva usato toni a mio parere inaccettabilmente sferzanti nei confronti di Cuperlo che, intervenendo, aveva sollevato alcune questioni di merito non secondarie. Ci sarà tempo per riflettere più approfonditamente sulle proposte di nuova legge elettorale presentate da Renzi dopo il discusso incontro con il pregiudicato Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale dalla Cassazione. Ciò che oggi a me preme sottolineare è che Cuperlo, sconfitto nettamente al Congresso dell'8 dicembre 2013 da Matteo
Renzi, non avrebbe dovuto accettare l'incarico propostogli da un segretario che dimostra molta insofferenza per il sia pur minimo dissenso interno. Il leader di un partito che non a caso di è voluto definire 'democratico' dovrebbe avere, almeno a mio parere, la capacità di riunire le varie anime che lo compongono, portare a sintesi le diversità, non di assumere atteggiamenti sprezzanti verso chiunque dissenta. E' già successo, purtroppo, con l'ironico “Fassina chi? che ha portato alle dimissioni l'ex Vice Ministro dell'economia ed oggi è toccato a Cuperlo. Domani o nei giorni successivi a chi toccherà? Il Pd ha avuto circa 9 milioni di voti alle elezioni politiche del febbraio 2013. Alle primarie riservate ai soli iscritti, Renzi ha avuto il consenso di 133.892 votanti (45,34%), Cuperlo 116.454 voti (39,44%), Civati 28.841 (9,43%), Pittella 17.117 (5,80%), vincendole ma non in maniera schiacciante come, invece, è successo con quelle riservate a tutti, iscritti e non, svolte l'8 dicembre 2013, quando alle primarie hanno partecipato 2.814.881 persone e Renzi, con 1.895.332 voti, pari al 67,55%, ha avuto un indiscutibile successo che, però, almeno a mio parere, non giustificano alcuni atteggiamenti che denotano una certa arroganza unita alla convinzione di essere l'uomo solo al comando di una moderna sinistra.


Ora, io pongo una semplice domanda: è sicuro, Matteo Renzi, di interpretare correttamente anche il pensiero dei circa 6 milioni di elettori del Pd che non hanno partecipato alle primarie e che potrebbero avere, culturalmente, un atteggiamento diverso di fronte ad un decisionismo abbastanza lontano dalle proprie corde? Ho già scritto, in precedenza, che con il “Fassina chi?” Renzi aveva fatto un primo autogol. Le odierne dimissioni di Cuperlo ne rappresentano un secondo. Non sarebbe il caso, allora, di fermarsi un attimo per riflettere, ricompattare il partito anche in vista dei futuri, difficilissimi impegni elettorali per le europee del maggio prossimo che, in alcune Regioni come l'Abruzzo, coincideranno con le regionali?

Giustino Zulli

Chieti, 21 gennaio 2014